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Il libro “antico” ci riporta al passato non solo per il suo contenuto testuale, ma per il suo valore oggettistico. Anche la moderna editoria, ovviamente, pubblica o ripubblica testi d’epoca, ma con criteri ed esiti ben diversi. Il libro “antico”, in particolare, contiene in sé una valenza più complessa. Per dirlo in termini immediati, in esso forma e contenuto denotano entrambi una propria entità, in quanto anche la “forma” (ovvero la veste editoriale) assume, al di là dell’argomento trattato, una dignità sua propria, un’espressività specifica, a suo modo pregnante, com’è di ogni testimonianza storica.
Il libro “antico” è dunque una testimonianza storica nel senso più ampio: testimonianza, tra l’altro, di un’epoca in cui i libri erano considerati bene prezioso, riservato a pochi. Rispetto ai prodotti dell’attuale editoria, una biblioteca di famiglia, di vecchia fondazione, rappresentava un keimelion, un oggetto prestigioso, in grado di attestare uno status elevato, proprio di una condizione aristocratica e “colta”, com’è stato – per l’appunto a Matera – dei Conti Gattini.
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